Un’inutile amputazione della democrazia

di Miguel Gotor

Sarò sfortunato io, ma non conosco un solo elettore o dirigente del campo del centrosinistra e dell’area progressista, il quale abbia oggi espresso la sua preferenza per il sì al referendum sul taglio dei parlamentari, che avrebbe confermato il suo voto nel caso in cui fosse ancora in carica il governo giallo-verde, quello che ha coerentemente varato la proposta costituzionale Di Maio-Salvini-Meloni o, per meglio dire, 5Stelle-Lega-Fratelli d’Italia. Anzi, avrebbe giudicato questo referendum, nel migliore dei casi, «un’inaccettabile cedimento all’antipolitica e all’antiparlamentarismo» e, nei peggiori, «un’emergenza democratica». Non mi sembra esserci una riprova migliore del fatto che quanti oggi votano sì e appartengono a quell’area stanno legando in modo indebito il referendum al governo e, dunque, la costituzione all’esecutivo contraddicendo la storia e i valori da cui provengono, senza che peraltro ciò sia politicamente necessario. 

Così anche non mi convince l’uso plebiscitario ed elettoralistico che viene nuovamente fatto dello strumento referendario confermativo, un errore già compiuto da Matteo Renzi nel 2016 in forme ancora più smaccate e che i padri costituenti non avevano previsto.

Nel merito, ossia a prescindere dalla variabilità delle motivazioni addotte dai sostenitori del sì, alcune invero inaccettabili sul piano politico, culturale e civile, il taglio dei parlamentari è un’amputazione inutile della rappresentanza perché il problema non riguarda il numero dei deputati e dei senatori, ma il modo con cui vengono eletti dal 2006 in poi, ossia mediante cooptazione. 

Inoltre, gli ipotetici vantaggi che deriverebbero dal taglio dei parlamentari in termini di funzionamento delle assemblee e di risparmio (del tutto risibile) non mi sembrano compensati dai certi squilibri nella rappresentanza che saranno introdotti e i cui correttivi non sono ancora definiti. 

Infine, sul piano simbolico e metaforico questo referendum costituzionale mi sembra l’atto culminante e forse definitivo di celebrazione della cosiddetta «Repubblica dell’antipolitica», nata nel 1994 sulle ceneri della «Repubblica dei partiti»: non desidero offrire il mio personale consenso a questo festeggiamento, ossia contribuire, con un’ulteriore incisione, a tagliare il ramo sul quale siamo tutti seduti come cittadini italiani. Per questo, mai come oggi, ogni voto conta e la partita non è chiusa.

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