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Perché NO

Al referendum costituzionale del 20-21 settembre voteremo convintamente NO e vi invitiamo a fare altrettanto

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firme per dire no

rosybindi

Rosy Bindi

Il mio No al referendum non è assolutamente contro il governo. Il processo legislativo sarebbe nelle mani di un numero esiguo di persone. Un Parlamento oligarchico, classista, composto ancor più dai più fedeli ai leader, penalizzando le donne, i candidati con meno soldi, i giovani, i territori meno popolati

grasso

Pietro Grasso

Non voglio firmare cambiali in bianco per questo voto no, sincero e convinto, esattamente come il mio sostegno al governo Conte. Il punto è che non si modifica la Costituzione solo per dire che abbiamo combattuto la “casta”. La Costituzione ha un sistema di pesi e contrappesi, non si può pensare solo al costo della politica. Questo taglio risponde solo a pulsioni anti-parlamentari e l’antipolitica a me non è mai piaciuta.

Segre

Liliana Segre

Mi sono orientata per il NO soprattutto in coerenza con il mio atteggiamento generale verso il Parlamento. Sono entrata come si entra in un tempio perché il Parlamento è l'espressione più alta della democrazia. Quindi sentir parlare di questa istituzione che fa parte della mia religione civile come se tutto si riducesse a costi e poltrone, è qualcosa che proprio non mi appartiene.

La riforma lede il pluralismo

Rosy Bindi, intervista di Giovanna Vitale, la Repubblica, 19 settembre

«Voterò No con grande convinzione perché la vera motivazione della riduzione dei parlamentari, che è quella del risparmio, crolla di fronte agli argomenti di personalità autorevoli a far di conto come Cottarelli: non sì mortifica la Costituzione per risparmiare lo 0,007 per cento della spesa pubblica», avverte Rosy Bindi, già ministra della Sanità e presidente dell’Antimafia, oltre che del PD. «Altre motivazioni francamente non ne trovo, se non quella, davvero pericolosa, che si sintetizza nello slogan: tagliamo le poltrone».

Perché pericolosa?

«Questo referendum è il sigillo del la propaganda anti-casta e antipolitica nella quale i sostenitori del Sì finiscono per fare gli utili idioti di un disegno che non condividono. Mi riferisco a quelle forze politiche che dopo aver votato tre volte No si sono accodati alle pulsioni populiste di chi, da anni, mira a indebolire la democrazia rappresentativa e con essa le istituzioni».

Sta parlando del suo partito?

«II Pd ha commesso una serie di errori. Primo: aver accettato che una modifica della Costituzione entrasse a far parte del patto di governo. La cultura politica delle forze che hanno dato vita al Pd è sempre stata quella di tenere la Carta fondamentale al riparo dalle maggioranze che guidano il Paese. Ce l’ha insegnato Calamandrei: quando si parla di Costituzione i banchi del governo sono vuoti».

E il secondo errore?

«Una volta onorato l’impegno –ahimé assunto- di votare Sì a una riforma sulla quale si era sempre votato No, sarebbe bastato lasciare libertà di scelta agli elettori. Come la Costituzione non ò dei governi, il referendum non è dei partiti».

Il taglio dei parlamentari era però la condizione posta dal M5S per formare il nuovo governo.

«Non credo che i 5S avrebbero fatto saltare il banco. Nessuno più di loro voleva evitare le urne e, come in una partita a poker, bisognava almeno andare a vedere se si trattava di un bluff. Lo difendo questo governo, era doveroso farlo nascere, ma sarebbe stato possibile lasciando al Parlamento la decisione sulle riforme costituzionali. Poi ci sono altre mille ragioni per dire No».

Quali?

«Il taglio lineare penalizzerà il pluralismo e le minoranze: porta automaticamente a un Parlamento rimpicciolito, oligarchico e neppure in grado di funzionare al meglio. Senza rivendere i regolamenti, voglio vedere come faranno a lavorare le commissioni».

Zingaretti sostiene che solo con la vittoria del Si può partire il treno delle riforme.

«MI piacerebbe sapere con chi le farà queste riforme, visto che i 5S si vantano che il taglio verrà fatto senza toccare il bicameralismo paritario. I partiti che sostengono il governo non hanno la stessa cultura costituzionale. Non ci sarà spazio per fare altre riforme. Sarà grazia dì Dio se verrà fuori una correzione della legge elettorale per scongiurare uno squilibrio di rappresentanza davvero inaccettabile».

Ma 945 parlamentari non sono troppi? È almeno da 20 anni che si parla di ridurne il numero.

«Il nostro costituente era stato Intelligente perché non aveva stabilito un numero a caso, ma una percentuale in grado di garantire sia il principio di rappresentanza, sia la funzionalità delle Camere. Detto questo, io sono sempre stata favorevole al taglio dei parlamentari, a patto però di riformare il bicameralismo paritario».

Se vince il No e se le regionali deludono, vanno a casa il governo e Zingaretti dalla segreteria Pd?

«Io sto sempre con la Costituzione. Il governo va avanti sinché ha la maggioranza in Parlamento e i segretari di partito li eleggono i congressi, non i referendum».

Il rischio però è alto: nessun ripensamento?

«No. Noi veniamo invitati a votare al buio perché altre riforme non ci saranno. E intervenire in maniera così rozza sul la Costituzione rischia di pregiudicare il nostro tessuto democratico».

L'appello per il NO

Dire NO alle derive populiste

Respingere la riduzione dei parlamentari significa dire NO alle derive populiste e alle tentazioni decisioniste che si celano dietro una proposta semplicistica e solo apparentemente accattivante.

La proposta di tagliare drasticamente il numero dei deputati e dei senatori elettivi non rafforza affatto la nostra democrazia; anzi, la indebolisce parecchio, anche perché lascia intatti tutti i problemi dell’attuale sistema parlamentare.

In passato, ci siamo sempre dichiarati favorevoli alla riduzione del numero dei parlamentari nel quadro di un progetto complessivo di riforma costituzionale volta a rendere più efficiente la democrazia parlamentare, anche superando il carattere perfetto del nostro bicameralismo, distinguendo le funzioni e le competenze della Camera dei deputati da quelle del Senato della Repubblica. Ma la revisione costituzionale sottoposta oggi a referendum non si propone affatto di rendere più efficiente la nostra democrazia.
Chi sostiene la riduzione dei parlamentari infatti ha sempre guardato con scherno alla democrazia rappresentativa, illudendosi di poterla quasi integralmente sostituire con forme alternative di democrazia diretta.
Nelle grandi società complesse dell’età contemporanea la democrazia non può che basarsi sulla rappresentanza e sulle formazioni sociali capaci di promuovere la partecipazione politica. Il combinarsi di rappresentanza e di partecipazione rende infatti possibili i momenti di dialogo e confronto, vero antidoto rispetto agli sterili conflitti frontali tipici di tutti i populismi.
La democrazia diretta può soltanto affiancare, nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione, la democrazia rappresentativa, insostituibile testata d’angolo delle istituzioni repubblicane.
Se la democrazia è necessariamente rappresentativa, contrapporre corpo elettorale e parlamentari, rappresentati e rappresentanti – come si propongono di fare i sostenitori del sì al referendum – costituisce un gioco estremamente pericoloso che soffia sul fuoco del populismo. La storia del nostro paese dovrebbe averci dolorosamente insegnato che la delegittimazione del Parlamento apre rapidamente la strada a soluzioni autoritarie, vale a dire alla morte della democrazia.
Un Parlamento rimpicciolito risulterà non soltanto più inefficiente, ma anche meno rappresentativo, soprattutto delle aree periferiche e meno popolate del paese. Ancora, con l’attuale sistema elettorale, le forze politiche minori avranno più difficoltà a far sentire la propria voce nelle aule parlamentari, mentre i collegi uninominali diventeranno assai più ampi, rendendo così più dispendiose le campagne elettorali e attenuando il legame tra l’eletto e il territorio che l’ha espresso. Si rafforzerà così il controllo oligarchico dei vertici dei partiti sulla scelta dei candidati e sull’individuazione degli eletti. Ridurre drasticamente il numero dei parlamentari senza introdurre una nuova legge elettorale più rispettosa delle minoranze politiche costituisce un vero e proprio salto nel buio. Prima del referendum, ci sarebbe stato tutto il tempo per adottare una nuova legge elettorale che consentisse agli elettori di scegliere realmente i propri rappresentanti. È estremamente significativo che non si sia voluto procedere speditamente in tal senso.
Indebolire il Parlamento significa anche ritornare indietro, ancora una volta, rispetto alla parità fra i generi nella rappresentanza politica e alla partecipazione paritaria delle donne alle decisioni politiche fondamentali.
Inoltre il taglio dei i parlamentari ridurrà la rappresentanza degli italiani all’estero.

Serve una riforma del bicameralismo perfetto

La situazione che stiamo vivendo negli ultimi mesi, così fortemente segnata dall’emergenza virale e dal conseguente massiccio ricorso ad atti normativi del Governo, richiede, per mantenere un equilibrio fra i poteri, un rafforzamento del ruolo parlamentare di indirizzo e di controllo; dunque un potenziamento dello stesso Parlamento.
Ridurre il numero dei parlamentari finisce invece per indebolire la capacità di lavoro delle Camere, non solo nelle rispettive aule, ma anche nelle commissioni, dove oggi si svolge tanta parte dell’attività parlamentare.
Tanto più che al taglio dei deputati e dei senatori non si accompagna l’introduzione di alcuna incompatibilità fra la carica parlamentare e quelle governative in specie e politiche in genere.
Di conseguenza, non pochi parlamentari continueranno a non poter partecipare attivamente ai lavori delle Camere, in quanto impegnati prevalentemente altrove.

Si finirà così per rafforzare eccessivamente l’esecutivo, liberato dal controllo parlamentare, per inseguire sterili mitologie decisioniste.

Una nuova legge elettorale per scegliere i parlamentari

Per quanto riguarda infine l’argomento più demagogico proposto dai sostenitori del referendum, se il loro obiettivo fosse veramente quello di ridurre la spesa pubblica, ci sarebbero tante altre vie per conseguirlo, più efficaci e tali da non danneggiare la nostra democrazia.
Tanto più che i costi del Parlamento rappresentano una minima parte dei costi della politica. A tutto voler concedere, se proprio si volessero tagliare i costi del Parlamento, basterebbe ridurre i privilegi.
A ben vedere, la volontà di tagliare i costi della politica nasconde quella di ridurre i costi della democrazia e, per tal via, purtroppo, quest’ultima.

Per difendere i principi della democrazia parlamentare, i valori della rappresentanza popolare e il libero confronto fra tutte le forze politiche

il 20-21 settembre voteremo NO

Leggi le ragioni dei

Testimoni del NO

Leggi le motivazioni di

Chi aderisce all'appello

Tra i primi firmatari segnaliamo in particolare:

Rosy Bindi

Pietro Grasso

Luigi Ciotti

Carla Federica Nespolo

Guido Bodrato

Marisa Rodano

Silvia Calamandrei

Marianna Scalfaro

Carlo Zaccagnini

Gabriella Martini

Elide Taviani

Rossella Muroni

Susanna Camusso

Enzo Balboni

Matteo Cosulich

Massimo Siclari

Armando Spataro

Giorgio Pagliari

Nando Dalla Chiesa

Livia Turco

Rosa Russo Jervolino

Giorgio Merlo

Nichi Vendola

Liliana Cavani

Cecilia Strada

Silvia Prodi

Mario Primicerio

Sandra Gesualdi

Francesca Chiavacci

Luciano Silvestri

Mimmo Lucà

Giuliano Pisapia

Pierluigi Castagnetti

Nerina Dirindin

Giordana Pallone

Claudio Treves

Fausto Durante

Massimo Cellai

Aldo Preda

Donata Lenzi

Vidmer Mercatali

Marcella Lucidi

Stefania Rossini

Enrico Maria Tacchi

Rosaria Capacchione

Riccardo De Facci

Elena Ciccarello

Luisa Bossa

Margherita Miotto

Daniela Mazzuconi

Silvia Costa

Antonio Caputo

Danilo Sulis

Alberto Mattioli

Gianni Bottalico

Mario Pepe

Marina Magistrelli

Giampiero Scanu

Riccardo Rossi

Cecilia Carmassi

Carlo Tognoli

Matteo Lodigiani

Luigi Giove

Mirto Bassoli

Maurizio Brotini

Claudio Guggiari

Antonella Morga

Enzo Moriello

Mimma Argurio

Luca De Zolt

Carmine Maturo

Paolo Danuvola

Emanuele Moggia

Maria Chiara Acciarini

Maria Pia Garavaglia

Luigi Meduri

Gero Grassi

Piera Capitelli

Paolo Cova

Franco Ciliberti

Maria Amato

David Matiello

Miguel Gotor

Albertina Soliani

Paolo Beni

Lucio Alessio D’Ubaldo

Enrico Farinone

Gianluca Susta

Lorenzo Ria

Lucrezia Ricchiuti

Betty Leone

Vittorio Voglino

Armando Zappolini

Damiano Coletta

Giovanni Altomare

Marco Geddes Da Filicaia

Paolo Nepi

Alessandro Cornacchia

Paolo Barcucci

Mariella Maggio

Enzo Cacioli

Fabrizio Nepi

Lucia Nicoletti

Lisa Mandelli

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