Gli interventi di Rosy Bindi

Si rischia un parlamento in mano a pochi

Rosy Bindi, intervista di Andrea Carugati, il Manifesto, 19 settembre

«Il mio No al referendum non è assolutamente contro il governo, anzi ritengo che in questo anno il Conte bis non abbia dato cattiva prova di sé, ha gestito dignitosamente l’emergenza Covid». Rosy Bindi, ex ministro, tra i fondatori del Pd, da alcuni anni è sparita dai radar della politica, ma ha conservato intatte la passione e la grinta.

Ritiene che una vittoria del No potrebbe aprire una crisi?

«Assolutamente no. Io difendo il Parlamento e, secondo la Costituzione, i governi nascono e muoiono in Parlamento, non per i referendum».

Un crollo alle regionali che conseguenze avrebbe?

«Io credo nessuna. I governi e i premier non sono mica eletti direttamente dal popolo. Lo stesso vale per il segretario del Pd: lo si sceglie con un congresso, e il Pd l’ha fatto nel 2019. E poi non credo che alla fine le regionali andranno così male. E se davvero andassero male, si riflette su cosa non ha funzionato: nei partiti seri non si danno giudizi sommari. La mia preoccupazione maggiore è che, in caso di risultato decente, i vertici Pd inizino a gridare al trionfo, come è successo a gennaio in Emilia Romagna. Bonaccini è stato descritto come un eroe per aver vinto in Emilia, non in Lombardia! Ma ci rendiamo conto di dove siamo arrivati?».

Ora trema la sua Toscana.

«Credo che alla fine il centrosinistra vincerà perché c’è in queste ore una forte chiamata alle armi contro la destra, ma nessuno si azzardi a cantare vittoria. Se siamo stati settimane col fiato sospeso vuol dire che le cose non hanno funzionato: a partire dal candidato Giani. La coalizione è stata troppo condizionata da Renzi, e poi la riforma sanitaria di Enrico Rossi, che ha diviso la Toscana in tre macroaree, non va, ha danneggiato il rapporto tra ospedali e medicina del territorio».

Dunque il governo è al sicuro?

«Serve un salto di qualità, non si esce dall’emergenza senza un disegno che fatico a vedere, sono troppi gli aspetti su cui Pd e M5S non trovano un incontro: si annaspa, ci sono continui dispetti. Penso al Mes, 40 miliardi per la sanità che servirebbero come l’aria. Ai decreti sicurezza di Salvini che sono ancora là. Ma un’alleanza che non preveda un’intesa di fondo sulle grandi questioni non va lontano».

Torniamo al referendum. Lei, Prodi, Veltroni, Parisi. Quasi tutti i fondatori del Pd votano No. Eppure nei programmi dell’Ulivo e poi del Pd c’è sempre stata la riduzione dei parlamentari.

«Non c’è mai stata alcuna proposta di taglio lineare senza una riforma del bicameralismo. Mai. Questo taglio è rozzo, è solo il sigillo della propaganda contro la “casta”, che è stata fatta coincidere col Parlamento. Il Sì è un cedimento a una cultura iconoclasta contro le istituzioni, la cultura di chi vagheggia la democrazia diretta».

Per essere una sostenitrice del governo è molto dura contro il M5S…

«Il rapporto tra loro e il Pd va chiarito, per ora è solo uno stato di necessità. Come ho detto, è un rapporto che deve evolvere. Ma mi chiedo se i 5 stelle avranno davvero voglia di farlo».

Perché un Parlamento di 600 dovrebbe funzionare peggio?

«Bisogna considerare che almeno un centinaio di eletti siede anche al governo. E poi ci sono le assenze fisiologiche. Dunque il processo legislativo – che avviene in gran parte nelle commissioni- sarebbe nelle mani di un numero esiguo di persone. Un Parlamento oligarchico, classista, composto ancor più dai più fedeli ai leader, penalizzando le donne, i candidati con meno soldi, i giovani, i territori meno popolati».

Lei sostiene che, con una riforma del bicameralismo paritario, il taglio sarebbe stato più accettabile. Ma quella riforma, varata da Berlusconi e poi da Renzi, è stata bocciata dagli italiani nei referendum del 2006 e del 2016.

«Nel 2005 fu varata dal centrodestra una riforma che stravolgeva la Costituzione, e gli italiani l’hanno giustamente bocciata. Nel 2016 Renzi ha messo in gioco la vita del suo governo e gli elettori hanno bocciato lui. Non si deve mai fare questa confusione, e infatti il Pd ha sbagliato quando nel 2019 ha fatto entrare il taglio dei parlamentari nell’accordo di governo».

Ritiene possibili le altre riforme costituzionali di cui parla Zingaretti?

«Ma se non riescono a fare neppure la legge elettorale! Sarà grasso che cola se a fine legislatura saranno riusciti a correggere almeno quella».

La Costituzione non è dei governi, ma degli italiani.
Il referendum non è dei partiti, ma dei cittadini.
Io sono fiduciosa

14 SETTEMBRE 2020

Iniziamo l’ultima settimana di campagna referendaria carichi del sostegno delle numerose (ad oggi più di 1200!) sottoscrizioni che ha ricevuto il nostro appello.

Siamo fiduciosi perché qualunque potrà essere il risultato stiamo contribuendo ad una partecipazione consapevole e informata, vero antidoto ad un voto motivato soltanto dall’unica ragione che accompagna la campagna per il Si: il taglio delle poltrone!

In questi giorni ho ascoltato e letto con attenzione le ragioni del Si, ma non sono riuscita a trovarne una davvero convincente, anche tra quelle argomentate da autorevoli costituzionalisti.

La più ricorrente: “Da qualche parte bisogna pur cominciare e poi andremo avanti con la legge elettorale, la riforma del bicameralismo, dei regolamenti parlamentari…”. Questa motivazione è solitamente accompagnata dall’altra: “Questo è un quesito preciso, puntuale, non è una riforma di sistema contenuta in un grappolo di quesiti, prendere o lasciare in blocco, come le precedenti”.

Troppo facile replicare: ma perché iniziare dai numeri? Esiste un numero perfetto? Saggiamente i Costituenti non avevano fissato il numero dei deputati e dei senatori ma avevano stabilito una percentuale in base alla popolazione. E questa riforma mortificherebbe fortemente la scelta dei Costituenti. E da quando i numeri precedono e non seguono le funzioni, le competenze delle istituzioni?

È inoltre paradossale che mentre si chiede il voto su questa riforma si annunciano e addirittura si cercano le firme sulle altre riforme, ammettendo così che soltanto le altre riforme, quelle di sistema appunto, garantiranno ciò che si vuol far credere contenga il taglio dei parlamentari: un parlamento più efficiente, più forte, più rappresentativo. Insomma ci viene chiesto di dire Si a qualcosa che senza “qualcos’altro” ha un unico esito certo: il risparmio di un caffè all’anno per ogni italiano!

E sul quel “qualcos’altro” ci viene chiesto un atto di fiducia in bianco. Sì, in bianco perché le forze politiche che sono in Parlamento in questa legislatura e che ci chiedono di confermare il taglio lineare di deputati e senatori non hanno la stessa visione di democrazia e di Costituzione. Le une chiedono di riformare la democrazia rappresentativa per rafforzarla, le altre vorrebbero sostituirla con la democrazia diretta. Le une vogliono un Parlamento centrale negli equilibri istituzionali, le altre propongono il presidenzialismo e non fanno mistero di pulsioni sovraniste e populiste.

L’altra ragione che viene avanzata dai sostenitori del Si, che potremmo definire politica, non solo non è convincente, è preoccupante: “Se vince il No cade il governo!”.

E perché mai? Questo potrebbe accadere soltanto perché il governo ci ha messo sopra la testa, non perché i cittadini respingono la riforma. Ecco perché sono preoccupata. Chi davvero conosce e vuole difendere la Costituzione non accetta di introdurre una modifica costituzionale nell’accordo di governo. E se lo fa, sbagliando, e onora l’impegno votando Si dopo aver votano per tre volte No in Parlamento, dovrebbe almeno ridurre il danno lasciando la libertà di voto al referendum che non è dei partiti ma dei cittadini.

È la terza volta che un governo (o alcuni partiti che lo sostengono) mette la testa su una modifica della Costituzione, lo fece Berlusconi, lo fece Renzi e gli italiani hanno sempre votato a favore della Carta. Perché non dovrebbero farlo questa volta? Io sono fiduciosa.

La riforma delegittima l’Aula e asseconda anni di populismo e demagogia

Rosy Bindi, intervista di Carlo Bertini su La Stampa, 7 settembre 2020

ll popolo italiano ha salvato la Costituzione da Berlusconi e da Renzi, ora la salverà dai 5Stelle». Rosy Bindi, ex presidente della commissione Antimafia, combatte come sempre a petto in fuori: stavolta ha sfornato un appello “Noi per il NO”, che ha già raggiunto oltre 300 adesioni, con decine di firme di peso, contro la riforma del taglio dei parlamentari. L’ex presidente del Partito Democratico ribalta la tesi che chi fa campagna per il No danneggi il governo Conte.

«Se vincerà il Sì – dichiara Bindi- le destre presenteranno il conto, perché è vero che nessuno vuole votare, ma dopo un referendum in cui il popolo dovesse dire che vuole 600 parlamentari e non 1000, sarebbe facile per loro dire che queste Camere sarebbero delegittimate».

Argomento pesante certo, anche se i fautori del Sì sostengono l’inverso: che con meno poltrone in palio, gli eletti in carica non mollerebbero il seggio, se non con la pistola alla tempia e quindi il governo sarebbe più blindato.

Nel suo appello, lei avverte che c’è il rischio di tuia deriva populista. Perché?

«Perché delegittimare i parlamenti o indebolirli è un modo per assecondare la crisi delle democrazie parlamentari. Questo è il vero problema di questa riforma: mette il sigillo ad anni di attacco demagogico e populista, che si è accanito indebitamente sul Parlamento. Anche se la “casta” vera è altrove e forse si avvantaggia dall’indebolimento dei parlamenti».

Alcuni costituzionalisti pensano che il taglio potrebbe disarmare le ragioni dell’odio anti-casta. Si illudono?

«L’istituzione per essere più vicina ai cittadini dovrebbe assicurare di essere scelta da loro. E questo non avviene senza una legge elettorale che garantisca il superamento dei parlamentari nominati dalle segreterie. Ma la vera anomalia italiana è il bicameralismo paritario».

A proposito, avrebbe detto sì al progetto che fu caldeggiato dalla lotti: meno parlamentari e una sola Camera?

«Appunto: il modo giusto per diminuire il numero degli eletti non è un taglio lineare, ma differenziare la funzione delle due Camere e intervenire sui regolamenti».

E allora perché ha bocciato la riforma di Renzi?

«Perché di quella riforma non era condivisibile il modo in cui superava il bicameralismo con un Senato pasticciato. Ma soprattutto il metodo incostituzionale che ha seguito Renzi, mettendoci sopra la testa del governo, la sua e del suo gruppo dirigente. La Costituzione non è proprietà delle maggioranze».

Per dire sì alla riforma dei grillini non bastano i correttivi come la legge Fornaro che riduce la compressione della rappresentanza?

«No, sono palliativi rispetto al problema centrale, la mancanza di una legge elettorale e la correzione del bicameralismo. Qualunque correttivo faranno verrà meno la rappre-sentanza di tutte le minoranze e delle zone a meno densità di popolazione: nessuna legge elettorale garantisce di raddrizzare le storture di questa riforma

Il taglio non è la soluzione per nessuno dei problemi della democrazia

Rosy Bindi, intervista a Avvenire, 1 settembre 2020

«Temo che l’approvazione della riforma, soprattutto una vittoria con largo vantaggio del Sì, finisca per rendere ancora più irrilevante il Parlamento nell’equilibrio tra i vari poteri istituzionali e nel rapporto con la società. Vedo derive populiste e demagogiche che farebbero leva su questo risultato. Vedo il rischio di una deriva oligarchica e autoritaria strettamente legata alla delegittimazione del Parlamento».

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/rischio-derive-autoritarie-il-no-a-difesa-della-carta

Intervento per il Comitato per il No di Cremona – 10 settembre

Intervento di Rosy Bindi alla Maratona live de l’Espresso – 10 settembre

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