Inizia una campagna di delegittimazione del Parlamento?

di Matteo CosulichProfessore di Diritto costituzionale, Università di Trento

L’esito del referendum era ampiamente scontato. Troppi i facili argomenti populisti fatti valere per tagliare drasticamente il numero dei parlamentari. Troppi gli anni nei quali il germe del populismo – giallo o verde che fosse – è stato consapevolmente inoculato nel corpo elettorale italiano. Troppi quelli del nostro mondo che, certamente in buona fede, hanno alacremente lavorato per il Re di Prussia del populismo, ammantando il loro sì di futuribili prospettazioni sulle magnifiche sorti e progressive delle riforme che avrebbero dovuto seguire l’esito favorevole del referendum. A riportare tutti alla realtà effettuale è bastato un commento al risultato referendario di Beppe Grillo, leader carismatico del M5S che, forse non a caso, nella sua pur non breve esistenza non ha mai ricoperto una carica elettiva: “non credo più in una forma di rappresentanza parlamentare”. Altro che possibile utilizzo della vittoria del sì per rafforzare e modernizzare le istituzioni parlamentari, come ci è stato raccontato nelle scorse settimana. Qui si vuole piuttosto fissare la data per celebrare il funerale del Parlamento.

Quando abbiamo iniziato il nostro forte impegno per il no, sapevamo – o almeno sapevo, in cuor mio – che si trattava di una battaglia persa in partenza; ma, come ci ha ricordato Rosy Bindi, le battaglie si combattono in quanto buone, non in quanto vincenti. Sono persuaso che resterà nella mente di chi ha votato no – comunque il 30% di coloro che si sono recati alle urne – l’eco dei validi argomenti che abbiamo utilizzato per difendere la democrazia rappresentativa e la tutela delle minoranze politiche e sociali, in Parlamento e grazie al Parlamento. Argomenti che temo saranno molto utili nel prossimo futuro, dinanzi ai probabili ulteriori attacchi che saranno diretti verso le Camere del Parlamento. Già si chiede il loro scioglimento anticipato, reputandole delegittimate dal risultato referendario; e questo è solo l’inizio di una campagna di delegittimazione delle istituzioni parlamentari alla quale dovremo saper reagire con forza.

Combattere le battaglie in quanto buone e non in quanto immediatamente vincenti è un insegnamento del quale dovremmo conservare memoria anche in futuro. Troppo spesso nei decenni passati la sinistra ha dimostrato un’accentuata subalternità culturale nei confronti del liberismo imperante, rinunciando ad alzare la bandiera della difesa dello Stato sociale come strumento di difesa delle categorie più fragili e come potente mezzo di riduzione (e auspicabilmente di rimozione) delle diseguaglianze sociali. Salvo poi scoprire tutti, anche i corifei delle privatizzazioni a tutti i costi, che durante l’emergenza virale avrebbe fatto tanto comodo un Servizio sanitario nazionale meno impoverito, indebolito e umiliato.

Ma dal risultato referendario si possono cogliere anche segnali di speranza. Oltre il 30% dei votanti, vale a dire quasi sette milioni e mezzo di elettori, ha detto no alla riduzione del numero dei parlamentari, nonostante tale posizione non fosse ufficialmente condivisa da alcuna forza politica, ad eccezione di +Europa. Il che significa che una parte non trascurabile dell’elettorato è in grado di determinarsi autonomamente in difesa della democrazia rappresentativa.

Se poi si analizza più in dettaglio il voto, si scopre che nelle città medie e grandi dell’Italia centrosettentrionale il no lambisce, raggiunge e in alcuni casi supera nettamente il 40% dei votanti. Nella mia sezione elettorale, ubicata in una di tali realtà, addirittura i no sono stati 324 a fronte di 169 sì; il che per un attimo mi aveva illuso su un possibile esito differente …

I migliori risultati del no ottenuti nelle aree urbane sono tanto più significativi in quanto è da esse che, almeno dal Duecento in poi, sorgono i movimenti culturali capaci di estendersi all’intera società. La difesa della democrazia rappresentativa e, con essa, dei principi e valori fondanti la Costituzione repubblicana non è dunque una battaglia di retroguardia, irrimediabilmente legata al passato; è piuttosto un impegno in grado di proiettarsi con successo nel futuro. Impegno di cui dobbiamo continuare a farci carico con fiducia.

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