Gli interventi di Giorgio Merlo

Il referendum e la riemersione dei cattolici democratici

Tra i tanti elementi che sono emersi in questo singolare e strano dibattito referendario non possiamo non citare la riemersione culturale, politica, programmatica e forse anche etica del cattolicesimo democratico. Una riemersione che ha assunto anche una valenza protagonistica nazionale se pensiamo al fatto che quasi tutti gli esponenti di rilievo nazionale e locale hanno individuato nel No al taglio dei parlamentari – proposta di matrice grillina nonchè di ispirazione populista, demagogica e strutturalmente antipolitica, antiparlamentare e avulsa da ogni cornice riconducibile alla democrazia rappresentativa – una delle regioni che storicamente hanno contraddistinto questo storico e anche glorioso filone ideale nelle vicende politiche del nostro paese. Perchè non sempre la storia ti offre l’occasione per confermare la bontà e l’efficacia di una tradizione politica e culturale, anche se nobile e qualificata come, appunto, quella di matrice cattolico democratica e popolare. In questa specifico passaggio storico c’è stata la possibilità, attraverso un libero e costruttivo confronto democratico, di evidenziare i tasselli costitutivi di questa cultura. Elementi che si possono sintetizzare in alcuni aspetti essenziali: la centralità del Parlamento, l’importanza della democrazia rappresentativa, la necessità di restituire ai cittadini la scelta della classe dirigente, un giusto e bilanciato equilibrio dei poteri, la negazione di una concezione populista e demagogica delle istituzioni, la modernità della Costituzione repubblicana che non va sacralizzata ma, al contempo, che non si può sacrificare sull’altare di mere ragioni di potere legate alla sopravvivenza di un ceto politico e, soprattutto, la difesa di una precisa concezione della democrazia in uno dei passaggi più delicati nella storia del nostro paese. Tasselli costitutivi di un mosaico che, appunto, ha fatto riemergere non solo la modernità ma anche la necessità storica di una concezione culturale e politica delle nostre istituzioni che per troppi anni si è limitata a giocare un ruolo subalterno se non addirittura carsico. Questa specifica vicenda politica del nostro tempo ha offerto una ghiotta opportunità per riscoprire non solo valori e principi decisivi per la qualità della nostra democrazia ma anche, ed è quel che più conta, le linee essenziali per un progetto politico legato però all’architettura istituzionale del nostro sistema democratico. E quindi non l’ennesima, e banale, proposta di dar vita ad un partito ma la risottolineatura di una concezione delle istituzioni che di fronte all’ondata del populismo rischia effettivamente di essere travolta.

Ora, al di là del concreto esito referendario e della stessa percentuale del No – che sarà, comunque sia, determinato dal tasso di affluenza alle urne – non c’è alcun dubbio che d’ora in poi il cattolicesimo democratico e popolare sarà nuovamente un protagonista nello scenario politico italiano. E, all’interno di questo filone, saranno protagonisti quei leader politici e culturali che proprio in questa occasione hanno manifestato coraggio, determinazione e coerenza con le proprie radici. Del resto, la stagione del populismo, anche se ancora forte e incisiva, è destinata ad attenuarsi e a perdere colpi. Le stesse parole d’ordine sono sempre più insignificanti ed opache, anche alla luce del fallimento dell’azione di governo a livello nazionale e a livello locale dei suoi principali esponenti. E l’ultima cosa che poteva fare una nobile, storica e qualificata tradizione culturale e politica come quella del cattolicesimo democratico e popolare era proprio quella di assecondare questa deriva populista, demagogica, antipolitica e antiparlamentare. Per fortuna c’è stato un sussulto di dignità e un rinnovato protagonismo. Adesso, finalmente, dopo una battaglia trasparente e fedele alla sua storia, si potrà ripartire.

Referendum, il No è più motivato

Chi l’avrebbe mai detto? Se appena qualche settimana fa, complice la dura e drammatica emergenza sanitaria, il tema del referendum sul taglio dei parlamentari era del tutto irrilevante nonchè nascosto – anche perchè il Parlamento per oltre il 90% aveva votato per il drastico taglio dei deputati ed senatori – inaspettatamente, e forse anche un po’ misteriosamente, è decollato un dibattito politico, culturale, programmatico e anche costituzionale che ha ribaltato le attese della vigilia. Certo, saranno poi sempre le urne a dirci come le cose stanno realmente. Ma, comunque sia, il clima è radicalmente cambiato rispetto alle scontate aspettative. Il populismo, la demagogia, l’antiparlamentarismo e la contrarietà alla democrazia rappresentativa interpretati quasi esclusivamente dal partito dei 5 stelle sta registrando una forte battuta d’arresto. Complice il ripensamento di molti partiti, a cominciare da settori crescenti del Pd che, malgrado il radicale cambiamento di rotta di quel partito sul tema specifico per motivazioni di governo e quindi di puro potere, il No è diventato una corrente di pensiero, politica e culturale, che attraversa orizzontalmente la politica italiana. Dal cattolicesimo democratico e popolare a settori consistenti della sinistra, dal pensiero liberale a segmenti della destra democratica, dalle forze centriste – seppur deboli e disperse – a moltissimi esponenti del mondo intellettuale ed accademico e alla stragrande maggioranza dei costituzionalisti. Nonchè ad alcuni grandi organi di informazione.

Insomma, si può tranquillamente dire che il No, dopo un iniziale letargo, si sta ritagliando un ruolo politico importante e forse anche decisivo in vista dei futuri equilibri politici e di governo. Ma, quel che più conta, al di là dello stesso risultato finale, è che il No appare ormai un voto politicamente più motivato, più appassionato, forse addirittura più militante. Perchè dietro al No, seppur comprensibilmente in uno schieramento trasversale come del resto impone la disputa referendaria, c’è una comune visione della democrazia, delle istituzioni, del ruolo e della funzione del Parlamento. In una sola parola, della concezione dello Stato democratico come disegnato e concepito dalla Costituzione. Certo, poi esiste anche un voto “contro” come è sempre capitato per tutti i referendum. E, nel caso specifico, contro il progetto politico del partito dei 5 stelle. O meglio, contro la deriva populista, antiparlamentare e contro la democrazia rappresentativa incarnata per eccellenza dal movimento di Grillo. Ma, al di là di questo aspetto, che tuttavia esiste e sarebbe inutile negarlo, la crescita esponenziale del No resta un dato nuovo e del tutto inatteso almeno sino a qualche settimana fa. Ma, com’è altrettanto ovvio ed evidente, va pur detto che esiste una larghissima maggioranza di italiani – frutto della massiccia e martellante predicazione politica e giornalistica di questi ultimi 20 anni orchestrata dalla quasi totalità degli organi di informazione – che individua nel SI’ lo strumento decisivo per ridurre i costi della politica. E quindi, e di conseguenza, gli spazi democratici e della stessa democrazia. In virtù del principio populista, demagogico e antiparlamentare che la democrazia è un costo. E quindi da tagliare e da ridurre drasticamente.

Ora, saranno le urne a dirci come stanno realmente le cose. A cominciare dal tasso di partecipazione dei cittadini ai seggi. Ma un dato politico è ormai certo. Le previsioni e le stesse attese della viglia sono radicalmente saltate. E il No, ormai, è diventato un voto fortemente politico e culturale. A cominciare dalla mia area politica, il cattolicesimo democratico e popolare italiano.

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