Il quesito implicito

di Matteo Cosulich, professore di Diritto costituzionale, Università di Trento

Sappiamo da tempo che nei referedum accanto al quesito esplicito c’è sempre un quesito implicito: alla domanda formalmente rivolta agli elettori se ne sovrappone un’altra, che corrisponde al vero significato politico del quesito.

Così nei referendum abrogativi sul nucleare del 1987, formalmente si chiedeva agli elettori di esprimersi su tre aspetti marginali della disciplina allora vigente in materia (decisione del CIPE sulla localizzazione delle centrali, contributi ai Comuni e alle Regioni sedi di centrali, partecipazione dell’ENEL a impianti nucleari all’estero), ma in realtà, nella sostanza, gli elettori si espressero sull’utilizzo dell’energia nucleare nel nostro paese. Tanto è vero che dopo l’esito favorevole dei tre referendum, l’Italia ha chiuso tutte le sue centrali nucleari, rinunciando definitivamente all’energia atomica.

Anche nel referendum costituzionale del prossimo 20 settembre è agevole identificare, accanto al quesito esplicito (il taglio drastico dei parlamentari) un ben più inquietante quesito implicito, traducibile in un voto contro la democrazia rappresentativa che trova appunto nelle Camere del Parlamento la sua espressione più piena. Si chiede agli elettori di votare contro il Parlamento e la democrazia rappresentativa perché si vuole indurli a preferire orientamenti populistici e derive plebiscitarie.  

Il referendum costituzionale pone pericolosamente in contrapposizione il popolo e il Parlamento. Una vittoria del sì non soltanto ridurrebbe il numero dei parlamentari, rendendo meno efficienti i lavori delle Camere, ma delegittimerebbe le Camere esistenti. Il giorno dopo il referendum, sentiremo certamente invocare il loro scioglimento, in quanto la struttura delle Camere non corrisponde alla volontà popolare espressa nel referendum. Ma c’è di più e di peggio: la vittoria del sì verrebbe interpretata come la vittoria dell’antiparlamentarismo e quindi delle forme politiche alternative alla democrazia rappresentativa: il populismo e il plebiscitarismo. 

Occorre quindi votare NO al referendum, per non compromettere la struttura e la stabilità delle attuali Camere, ma soprattutto per difendere la democrazia rappresentativa, basata sul confronto e la mediazione, tra persone e corpi intermedi; per dire quindi NO agli sterili conflitti frontali tipici delle impostazioni populiste e alle tentazioni di un potere sempre più svincolato dal necessario controllo parlamentare, proprie delle mitologie decisioniste.

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